Milena Montanile rilegge l’interessante e documentata ricostruzione biografica che Annibale Cogliano ha offerto di Carlo Gesualdo, madrigalista, originale autore di musica sacra, ingiustamente inchiodato al cliché di musico assassino, ma alla cui vicenda personale si lega la genesi di uno dei miti più tenaci e persistenti fioriti nella tradizione occidentale, quello di amore e morte; un mito che ha finito per alimentare tutta una produzione poetica fiorita tra la fine del ‘400 e il primo quarto del secolo successivo (Tasso, Pignatelli, Cortese, Capaccio, Stigliani). L’A. mette in luce la persistenza e la degenerazione di questo mito, cresciuto nell’immaginario collettivo, lievitato nella letteratura e nella memoria orale, che ha finito per fagocitare il più elementare rigore storico e filologico, osservando come proprio questa biografia, che si muove tra erudizione aggiornata, rispetto del documento, storia della cultura e della mentalità, possa finalmente contribuire a spostare su terreni più fecondi la ricerca storica, musicale e letteraria, restituendo a Gesualdo il posto che merita nella storia della cultura e del tardo Rinascimento italiano.
Per approfondire: Misure critiche | 2005 | N. 1-2