Il muro sottile

Non è stato scritto per essere semplicemente pubblicato, ma per essere ascoltato, condiviso, attraversato.
Per questo ho deciso di renderlo disponibile qui, come un piccolo dono per chi ha incrociato questo percorso e per chi vorrà leggerlo con attenzione.


Un racconto nato per essere ascoltato.
Da leggere, se possibile, con lentezza.

Il nostro pianerottolo aveva muri sottili.
Lo sapevamo tutti.

Bastava accendere la televisione perché dall’altra parte qualcuno riconoscesse una voce, una risata, una canzone. Bastava parlare un po’ più forte perché le parole attraversassero l’intonaco come acqua tra le crepe.

Per questo, quando cominciai a sentire le loro discussioni, non ci feci troppo caso.
Le coppie litigano. Succede.

All’inizio erano soltanto frasi spezzate. Il tono di lui, più duro del solito. La risposta di lei, breve, quasi trattenuta. Poi il rumore di una porta chiusa con troppa forza.

La prima volta che ricordo con chiarezza fu una sera d’autunno.

Tornai a casa più tardi del solito. Il pianerottolo era immerso in quella luce gialla e stanca che i neon producono quando stanno per esaurirsi.

Appena chiusi la porta sentii la sua voce.
Non stava urlando.
Era una voce bassa, quasi calma.

«Tanto tu senza di me non sei niente.»

Seguì un silenzio lungo, come se la casa stessa trattenesse il respiro.

Rimasi immobile per qualche secondo, la giacca ancora addosso. Poi mi tolsi le scarpe e andai in cucina, cercando di pensare ad altro.

Le coppie si dicono cose terribili quando litigano.
Così mi dissi.

La incontrai qualche giorno dopo sulle scale.

Stava scendendo lentamente con una busta della spesa in mano. La plastica tirava verso il basso come se pesasse più del dovuto.

Mi salutò con quel sorriso educato che si scambiano i vicini quando si incontrano per caso.

Ma quando mi passò accanto vidi che teneva lo sguardo basso, come se i gradini fossero l’unica cosa sicura da guardare.

«Tutto bene?» chiesi quasi senza pensarci.

Lei annuì subito. Troppo in fretta.
«Sì, certo.»

Poi aggiunse:
«Sai com’è… a volte si discute.»

Continuò a scendere senza voltarsi.

Solo mentre si allontanava mi accorsi che stringeva la busta con entrambe le mani, come se temesse che qualcosa potesse cadere o sfuggirle.

Per un attimo rimasi fermo sul gradino con la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante.
Ma non avrei saputo dire cosa.

Qualche settimana dopo la incontrai di nuovo sul pianerottolo.

Stava cercando le chiavi nella borsa mentre teneva due sacchetti della spesa appoggiati a terra. Quando aprì la porta uno dei sacchetti si rovesciò e alcune arance rotolarono sul pavimento.

Mi chinai per aiutarla a raccoglierle.

Lei si affrettò a dire che non era necessario.
«Faccio io, grazie.»

Le mani le tremavano leggermente.

Una delle arance rotolò fino al bordo delle scale. La fermammo quasi nello stesso momento.

Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono.

Fu un istante brevissimo, ma ricordo che nei suoi occhi c’era qualcosa che non avevo mai visto prima.

Non era paura.

Era qualcosa di più difficile da nominare.
Come una stanchezza profonda, accumulata nel tempo.

Poi sorrise di nuovo, come fanno le persone che vogliono rassicurarti che tutto va bene.

«Grazie» disse.

Entrò in casa e chiuse la porta.

Nel palazzo nessuno parlava apertamente di loro.

Eppure, ogni tanto, davanti alle cassette della posta o nell’ascensore, qualcuno lasciava cadere una frase a metà.

«Quel tipo lì ha un carattere difficile…»
«Lei è troppo buona…»
«Sai come sono certe storie.»

Parole sospese, mai finite.

Era come se tutti sapessimo qualcosa.
Ma nessuno volesse davvero sapere.

Una sera le loro voci attraversarono il muro più chiaramente del solito.

Non erano urla, ma frasi rapide, taglienti.

A un certo punto si sentì un colpo secco.

Subito dopo qualcuno aprì la porta sul pianerottolo.
Era la signora del secondo piano.

Rimase qualche secondo immobile, come se stesse ascoltando.

Anch’io ero fermo vicino alla porta del mio appartamento.

I nostri sguardi si incrociarono per un attimo.

Nessuno disse nulla.

Lei fece un piccolo gesto con la mano, come a dire che non era il caso di immischiarsi, poi rientrò nel suo appartamento.

Poco dopo il pianerottolo tornò nel silenzio di sempre.

Col tempo i rumori dall’altra parte del muro diventarono più frequenti.

Una notte sentii piangere.

Non era un pianto forte.
Più che altro un suono spezzato, come quando qualcuno cerca di trattenere le lacrime perché nessuno le senta.

Rimasi seduto sul letto ad ascoltare.

Per un momento pensai di alzarmi, attraversare il pianerottolo, bussare alla porta.

Ma restai fermo.

Mi dissi che non era affar mio.

La mattina in cui arrivarono le sirene stavo preparando il caffè.

Aprii la porta.

Sul pianerottolo c’erano due carabinieri.

«Ha sentito qualcosa stanotte?»

Cercai di ricordare.

«No», risposi.

Poco dopo portarono via una barella.

Non vidi il suo volto.
Vidi solo il lenzuolo bianco.

Nei giorni successivi continuai a ripensare a piccoli dettagli.

Frasi. Gesti. Silenzi.

Ricordai anche quella voce:

«Senza di me non vai da nessuna parte.»

Il palazzo è rimasto lo stesso.

Gli stessi muri sottili.

Una sera ho sentito una risata attraversare il muro.

Mi sono fermato ad ascoltare.

E ho capito.

I muri erano sempre stati abbastanza sottili per sentire.
Abbastanza sottili per capire.

Ma non abbastanza sottili da impedirmi di voltarmi dall’altra parte.

Oggi so che i muri non sono mai il vero problema.
Il problema è il silenzio che costruiamo dentro di noi.


Nota dell’autore

Il muro sottile nasce da una domanda che continua a tornare:
dove passa davvero il confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare?

È un confine sottile, spesso invisibile.
A volte basta un passo, una parola non detta, un silenzio, per attraversarlo.

Questo racconto nasce anche da una riflessione su un aspetto spesso trascurato della violenza di genere: il silenzio di chi sta intorno.

La violenza raramente esplode all’improvviso.
Cresce piuttosto in piccoli segnali quotidiani, che vengono ignorati, minimizzati, normalizzati.

Ho scelto il punto di vista di un vicino proprio per interrogare quella zona grigia della responsabilità:
quella in cui non si agisce direttamente la violenza, ma si preferisce non vedere, non ascoltare, non intervenire.

Per questo ho scelto di aderire all’antologia Anatomia della colpa, curata da José Russotti e pubblicata da Balzano Editore: un progetto che chiede agli uomini di interrogarsi, prima ancora che di raccontare.

Se questo testo ti ha lasciato anche solo un lieve disagio, una domanda, un dubbio, allora forse ha iniziato a fare il suo lavoro.

Se questo racconto ti ha lasciato qualcosa, puoi esplorare anche gli altri miei lavori qui:

montanile.it/libri-massimo-montanile

© Massimo Montanile – Testo condiviso per lettura personale

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