Milena Montanile ricostruisce la fortuna di questa formula, probabilmente mutuata dal lessico giuridico, e assunta per la sua autorevolezza a livello popolare, dimostrando come questa espressione, che rinvia a contesti comunicativi dialettali e popolari, e comunque ben radicata negli usi linguistici dei napoletani, risulti, almeno tra Sei e Settecento, perfettamente integrata nel tessuto dialogico dei testi letterari. In realtà il percorso seguito da questa formula sulla scena letteraria, e attentamente ricostruito dall’A., risulta perfettamente speculare alla sua fortuna in ambito popolare e dialettale. E tuttavia se in Cortese e in Basile essa sembra richiamare, seppure in maniera satirica o scherzosa, atteggiamenti profondamente imbevuti di cultura orale, che rinviano ad abiti mentali e comportamentali precisi, nel Settecento l’espressione riaffiora in più casi come elemento ‘residuale’, per lo più nelle stesse sfumature e con le stesse oscillazioni d’uso seicentesco, fin ad imporsi con valore interiettivo o quasi a desemantizzarsi. A partire dalla seconda metà dell’800 la formula sembra uscire progressivamente dal circuito comunicativo fino a risultare in pieno 900 non del tutto chiara neppure a uno studioso e a un napoletano attento come il Croce.
Per approfondire: Esperienze letterarie | 2016 | N. 1