e restauratore potente e efficacissimo di tutte le vertuti e azioni corporali»2. Fino ad osservare che «l’arbuscello che produce questo sacro liquore […] si chiama ‘vite’, perché nel vero egli dona la vita a l’uomo. Si dice anco nella Sacra Scrittura che il vino moderatamente bevuto è la esultazione de l’anima e del corpo, e che de li medesimi il sobrio bere è la sanità»3. Interessante in questo senso la testimonianza letteraria di una scrittrice contemporanea, Gina Lagorio, nata a Bra nel 1922 e morta a Milano nel 2005. Scrittrice di romanzi, di racconti, di testi teatrali, di libri per l’infanzia, ma anche raffinata autrice di saggi letterari. Visse gran parte delle sue villeggiature infantili a Cherasco, presso i nonni paterni, proprietari di distese di campi e vigneti. Giovanetta si trasferì a Savona, al seguito dei genitori, produttori e commercianti di vino. Esponente della cosiddetta generazione degli anni Trenta, fu figura importante nella cultura del dopoguerra, collaboratrice di molti giornali, parlamentare impegnata per i diritti delle donne e per la pace. Pubblicò tutti i suoi scritti firmandosi con il cognome del primo marito, di cui rimase precocemente vedova. Nel ‘74, dopo una lunga esperienza di insegnamento a Savona, si trasferì a Milano, dove frequentò gli ambienti dell’editoria milanese e si unì in seconde nozze con l’editore Livio Garzanti. Nell’87 fu eletta in Parlamento tra gli indipendenti di Sinistra. Non è possibile dar conto qui delle numerose sue opere: basti ricor- dare Fuori scena, ambientato a Cherasco nelle Langhe (il luogo dell’“aria chiara”, il luogo della sua infanzia che torna anche nel bellissimo ‘romanzo storico’ Tra le mura stellate), che è indubbiamente una testimonianza di fedeltà alle sue origini. E ancora Tosca dei gatti, un ritorno alla sua Liguria, che le fruttò nell’84 il Premio Viareggio. E proprio a un Elogio del vino la Lagorio consegna la sua testimonianza di amore e di fedeltà alle sue radici4, memore delle tante villeggiature vis- sute in terre e ambienti dove intensa e fortissima era la presenza del vino: «in quella mossa sequenza di campi e di vigne», aveva appreso tutto del vino, «senza saperlo e senza volerlo, respirandolo nell’aria con gli odori della campagna, del fieno, del mosto, della conserva di pomodoro cotta sull’aia in rabelaisiani paioli di rame, delle marmellate messe a bollire per ore al fuoco del camino, del pane cotto nel forno a legna»5.
2 M. BANDELLO, Le novelle [1554], a cura di G. Brognoligo, Bari, Laterza, 1911, parte IV, novella VI, p. 151 e ss.
3 Ibidem.
4 G. LAGORIO, Elogio del vino, a cura di Vanni Scheiwiller, Milano, Arti grafiche A. F. Lucini, 1986 (edizione fuori commercio “per gli amici di Gina Lagorio”).
5 Ivi, pp. 19-20.