In tutti i suoi libri emerge una tormentata vena introspettiva innestata su un solido impianto realistico che conferma la curiosità intellettuale della scrittrice, attenta al destino delle donne. La sua vita di donna e di scrittrice è percorsa dal desiderio e dal piacere del dono. In fondo lo è anche l’ultimo suo libro, Càpita, pubblicato postumo, proprio nell’anno della morte (2005), in cui racconta gli anni della malattia: un libro gene- roso, perché Gina vi narra soprattutto gli affetti e le amicizie. Ma anche in Raccontiamoci com’è andata c’è il senso profondo della riconoscenza e della generosità: «Un viaggio di sentimenti e di memoria», lo definisce Furio Colombo nella prefazione, «testimonianza di due grandi sentimenti, quello verso il marito Emilio Lagorio [..]e quello dell’antifascismo e della Resistenza»6. Gina Lagorio, sulla scia di Fenoglio, voleva lasciare, con la sua “questione privata”, un ricordo a futura memoria (per i giovani e per chi non aveva vissuto quell’epoca) su che cosa fu davvero il fascismo, convinta che la testimonianza dei “ciechi tempi” è come una “fiaccola” destinata a passare di generazione in generazione. Ma è evidente in tutta la sua produzione la vena autobiografica. Tutto parte da una vita pienamente vissuta, a volte con dolore a volte con allegria, per farsi riflessione intensa sulla difficoltà di mettersi in relazione con il mondo, e per riannodare i fili tra memoria e presente.
Gina Lagorio ebbe, come si è detto, un legame strettissimo con le Langhe, la terra dei nonni paterni, fertile di viti e di vigneti. E sono proprio questi particolari della sua biografia che ci interessa qui richiamare perché il legame fortissimo con le sue radici si affianca, ancora una volta, al desiderio del dono, e al desiderio del dono risponde il suo Elogio del vino, un singolare libricino in trentaduesimo, stampato in pochi esemplari a Milano, in edizione fuori commercio, nell’officina d’arte grafica Lucini, a cura di Vanni Scheiwiller, il 7 dicembre 1986: ancora una volta un ‘dono’ per gli amici di Gina Lagorio, in occasione delle festività natalizie e dell’inizio del nuovo anno. Per lei, figlia di produttori e commercianti di vino, questa bevanda euforizzante rappresentava il suo quotidiano «Faceva parte della nostra vita – scriveva – viveva con noi e ci aiutava a vivere meglio»7, ma notando, con una nota di tristezza, come la percezione del vino come culto spontaneo e indiscusso, fosse insidiata ai suoi tempi dalla incipiente supremazia della birra, «le sacerdotesse bionde libandi la teutonica birra fuoruscente da bicchieri anch’essi abominevoli, massicci,
6 F. COLOMBO, Prefazione a G. LAGORIO, Raccontiamoci com’è andata. Memoria di Emilio Lagorio e della Resistenza a Savona, Milano, Viennepierre, 2003, pp. 5 e ss.
7 G. LAGORIO, Elogio del vino, cit., p. 8.