L’elogio del vino come occasione di socialità, diventa esercizio della memoria per fondersi con immagini e ambienti a lei familiari:
C’erano nella credenza della “sala”, quella stanza-salotto-tinello che costituiva nelle famiglie piccolo-borghesi di allora il luogo deputato alla socialità, le bottiglie “storiche”, delle annate più ricche. Campeggiava il barolo, seguito dal nebbiolo e dal barbaresco; sotto si allineavano le bottiglie di vari tipi di dolcetti e di barbera; allegre, sempre un po’ imprevedibili e bizzarre, venivano poi le freise, i grignolini qualche volta mancavano: non mi ricordo perché, ma qualche volta mi padre aveva rimproveri da avanzare nei confronti del grignolino e dei suoi vinificatori14.
In questo clima, in questi ambienti, dove intensa e fortissima era la pre- senza del vino, Gina Lagorio aveva vissuto gli anni più belli della sua vita, e proprio intorno al vino scattavano evocazioni, ricordi di un proustiano tempo perduto che la riportavano agli anni della sua infanzia, alle tante villeggiature trascorse nelle Langhe, nelle campagne dei nonni paterni. La sua memoria tornava a elaborare immagini domestiche, ricordi lontani e familiari; e proprio in quei luoghi, felicemente descritti, aveva appreso tutto del vino, vivendolo da vicino e apprezzandone il patrimonio di memorie e di valori che lei stessa, «consapevolmente e inconsciamente», attribuiva ad esso. Particolarmente colorita, e legata agli affetti domestici, la descrizione dei vini prodotti nell’azienda di famiglia:
Il bianco era rappresentato dal moscato, omaggio a mia madre e a tutte le donne che mio padre non dimenticava mai di onorare, anche a dispetto di sua moglie. Era un moscato che si produceva nella cascina del nonno ed era fatto di uva luglienga, oggi introvabile, una dolcezza di grappoli biondi che sono un ricordo d’infanzia da far impallidire per me qualsiasi “madeleine”. Qualche volta c’era anche il tokai, frutto di un pergolato a festoni che collegava due filari e che aveva piantato mio padre, forse per nostalgia della sua avventura ungherese, dopo la fuga dal campo austriaco di prigionia, ma altri viticultori, di più aristocratici lombi – nella sola Cherasco si contavano settanta famiglie iscritte nel Gota sabaudo! – amavano guarnire le loro mense nei bei palazzi affrescati due o tre secoli prima, di qualche bottiglia del biondo vino, un po’ straniero e femmineo tra tanto rosso predominante di gagliardi barbera e di vellutati dolcetti15.
Scattavano cosi prepotentemente ricordi di un’infanzia felice che le
14 Ivi, pp. 15-16.
15 Ivi, pp. 17-18